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Un papà per Natale

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“Mi raccomando, non stropicciateli subito!”, Gabriella, la catechista, cominciò a distribuire i fogli e le buste ad ogni bambino.
Fogli e buste avevano dei simpatici fregi dorati sull’angolo destro e un grazioso Bambin Gesù nella mangiatoia in quello sinistro.
Fabio prese il suo foglio con un attimo di esitazione. Non aveva voglia di scrivere la lettera a Gesù Bambino, questa volta.
“Scrivete bene… e soprattutto, per una volta, siate sinceri! Quando avete finito piegate il foglio, infilatelo nella busta e sigillate.
Avete capito?”, diceva Gabriella, che sparava le parole come una mitragliatrice. “Poi mettete le buste in questo cestino che porteremo insieme nel presepio grande della scuola. Avete capito?”.
I bambini cominciarono a cinguettare.
“Io chiedo i pattini con le rotelle in linea”, diceva Rosalba.
“lo l’abbonamento all’antenna parabolica”, annunciava Michael, che aveva il padre ingegnere.
“Io invece voglio la tuta della Juventus”, proclamava Marco, lo sportivo del gruppo.
“E tu Fabio?”, chiese Gabriella, arruffandogli affettuosamente i capelli.
“Adesso ci penso”, rispose sottovoce il bambino.
Stringeva le labbra come se stesse per scoppiare a piangere. Si chinò sul foglio e con la sua grossa calligrafia infantile scrisse una frase. Una soltanto, breve, ma che gli veniva proprio dal cuore. Firmò: “Il tuo amico Fabio” e cominciò l’operazione di piegatura del foglio, con la solita diligenza, e la lingua che gli spuntava appena tra le labbra, a indicare tutto l’impegno che ci metteva.
Gabriella gli stava alle spalle e aveva potuto leggere la richiesta di Fabio. Tossì, perché le venivano le lacrime agli occhi.
Lei intuiva la sofferenza che Fabio cercava di dissimulare, quel velo di malinconia che lo prendeva all’ora di andare a casa.
Il papà di Fabio non c’era più. Se n’era andato. E il bambino ne soffriva tanto, come di una ferita che non si rimargina.
La sua lettera a Gesù Bambino diceva così: “Caro Gesù Bambino, per Natale mandami un papà buono. Grazie. Il tuo amico Fabio”.
“Credo sia la lettera più difficile che riceverai, caro Gesù”, pensò Gabriella.
Le letterine furono raccolte, tra le proteste dei bambini che erano arrivati solo ad elencare una dozzina di richieste.
Prima di collocarle nel Presepio, con un gesto rapido, Gabriella mise la lettera di Fabio davanti a tutte le altre.
“Comincia da questa, per favore”, mormorò rivolta al Bambino di gesso, che se ne stava con le braccine spalancate sulla paglia finta della mangiatoia di plastica.
Venne il giorno di Natale. Fabio si svegliò presto, con l’eccitazione delle grandi giornate. Girandosi nel letto sentiva il fruscio della carta dei regali vicino ai piedi.
Se ne stette un bel po’ ad occhi chiusi, per godersi l’attesa della sorpresa. Era pur sempre Natale!
Aprì i pacchetti avvolti in carta colorata e dorata, lentamente.
Riconobbe i regali dei nonni, quelli della mamma, la tuta da sci che di certo era un regalo dello zio Luigi.
“Poi, ci sono anch’io!”. La voce, pacata e profonda, lo fece trasalire.
C’era un uomo accanto al suo letto. Aveva i capelli scuri e ricciuti, una folta barba nera sul volto abbronzato, e un sorriso dolce come lo sguardo.
Indossava una morbida felpa azzurra e pantaloni di fustagno.
Fabio era soprattutto meravigliato dal fatto di non provare paura. Non era proprio un fifone, ma pauroso sì. E trovarsi uno sconosciuto improvvisamente accanto al letto, in condizioni normali, gli avrebbe provocato per lo meno una serie di urla terrificanti.
Invece quell’uomo gli dava soltanto una serena sicurezza. Come se lo conoscesse da sempre.
In quel momento entrò la mamma: “Tanti auguri, tesoro!”. Lo abbracciò. “Ti piacciono i regali?”.
Fabio ricambiò l’abbraccio. “Sì, grazie”, mormorò.
“È presto ancora. Ti preparerò una buona colazione. Ma ora stai qui al caldo a pigrottare un po’”.
La mamma gli accarezzò i capelli e uscì.
“Ma… ma… non l’ha visto!”, disse Fabio rivolto all’uomo misterioso.
“No. Io sono il tuo regalo, non il suo”, sorrise l’uomo.
Cominciò così una giornata memorabile della vita di Fabio. Si alzò e si lavò a tempo di record.
Nell’attesa, l’uomo aveva preso i quaderni di Fabio e li esaminava con interesse.
“Bravo!”, disse alla fine. “Hai fatto dei bei progressi, ultimamente” . Fabio annuì con fierezza.
“Ho ancora qualche problema con le doppie…”, aggiunse virtuosamente.
“Ma ce la farai, ne sono certo”, aggiunse l’uomo e gli mise una mano sulla spalla.
Una sensazione bellissima per Fabio. “Tu hai dei figli?”, chiese, esitando ancora.
“Ho un figlio, sì”, rispose l’uomo. “Ma oggi, sei tu mio figlio”.
La mamma spuntò improvvisamente sulla porta. “Cosa fai? Parli da solo?”.
“No… Dicevo una poesia ad alta voce”.
“Per favore, vai in cantina a prendere un barattolo di marmellata… Se vuoi la crostata a mezzogiorno!”, continuò la mamma.
Scendere in cantina per Fabio era una tortura. Tutte quelle ombre polverose lo riempivano di angoscia. Di solito faceva mille storie o fingeva di dimenticarsi.
Come se avesse capito tutto, l’uomo si alzò e disse: “Andiamo!”, e lo prese per mano. Era una manona energica, tiepida, protettiva, che infondeva una tranquilla sicurezza.
Il cigolio della porta della cantina, che quando scendeva da solo gli ricordava lo stridio dei denti di un mostro nascosto nell’ombra, adesso gli sembrò comico. “Ci vorrebbe un po’ d’olio sui cardini”, disse.
La pacata presenza dell’uomo accanto a lui, trasformò la cantina, da antro polveroso disseminato di oscure insidie e misteriose presenze, in una stanza qualunque, zeppa di mobili vecchi, giochi rotti, qualche bottiglia e barattoli di pomodori pelati.
Prese un barattolo di marmellata e si girò per uscire. Ma l’uomo lo fermò. “Perché non fai un giro con quella?”, disse indicando una bicicletta nuova appoggiata al muro. Fabio arrossì. “Non ci so andare… Nessuno ha tempo per insegnarmi”.
“Magnifico, infilati una giacca a vento e andiamo. Il viale è deserto”.
Incredulo, il bambino portò la bicicletta sulla strada. L’uomo lo aiutò a salire in sella e gli disse di incominciare a pedalare.
Fabio incominciò traballando, ma l’uomo reggeva saldamente la bicicletta e gli camminava accanto.
Provarono e riprovarono. A tratti, l’uomo lasciava la presa e il bambino pedalava da solo, finché riuscì a trovare il punto di equilibrio e partì in una lunga felice pedalata. Aveva imparato.
“Grazie!”, ansimò all’uomo che lo accolse fingendo di applaudire. “Rientriamo, ora. Sei sudato e fa freddo”. “Solo più un giro”, supplicò il bambino. D’accordo. Ma uno solo!”.
Rientrò in casa gridando: “Ho imparato, mamma, ho imparato ad andare in bicicletta!”.
“Da solo?”, chiese la mamma. “Beh… veramente…”. L’uomo si portò l’indice sulle labbra e fece segno al bambino di tacere.
“Stai tranquillo un attimo che devo preparare il pranzo”, continuò la mamma. “Fra un po’ arrivano i nonni”.
L’uomo aiutò il bambino a riporre la bicicletta e l’accompagnò nella sua cameretta.
“Come farai per il pranzo?”.
“Ti aspetterò qui. Ne approfitterò per rimettere in sesto il tuo armadio”.
Infatti, quando tornò nella sua cameretta, Fabio vide che le ante dell’armadio chiudevano perfettamente e che i piani erano ben diritti. Sembrava un armadio nuovo.
“Ci sai fare”, disse. “È il mio mestiere”, bisbigliò l’uomo, poi aggiunse: “Potresti insegnarmi questo gioco, intanto”.
Giocarono una serie memorabile di partite a Scarabeo. Poi fecero una lunga passeggiata insieme (Fabio disse alla mamma che andava all’Oratorio).
A cena gli occhi del bambino brillavano di stanchezza e di felicità.
La mamma lo fissava con qualche perplessità: non riusciva a capire perché il bambino continuasse a rivolgere lo sguardo verso il lato vuoto della tavola.
Una volta lo sorprese addirittura a sorridere.
Fabio andò a letto prima del solito. Si infilò sotto le coperte e l’uomo gli sistemò la trapunta a scacchi bianchi e neri e si sedette sul letto accanto a lui. “Diciamo le preghiere insieme, prima che arrivi la mamma?”.
“Certo”, disse l’uomo e sorrise.
Dopo le preghiere, l’uomo strinse la mano del bambino.
“Devi andartene, vero?”, sussurrò Fabio. “Eh sì!”.
“Una giornata passa in fretta”, ammise malinconicamente il bambino.
“Sei un bravo ragazzo e tutti ti vogliono bene. Devi voler bene alla mamma e anche al tuo papà. Dovunque sia, rimane il tuo papà”.
“Io quando sarò grande e avrò dei bambini li amerò sempre e starò sempre con loro”, promise Fabio. “Sì. È così che devi fare. E io, in qualche modo, ti sarò accanto e ti aiuterò”.
“Non mi hai neanche detto come ti chiami”.
“Giuseppe”.
L’uomo lo accarezzò. Le sue grosse mani da operaio sprigionavano un’infinita tenerezza.
“Sei stato il più bel regalo di Natale”, bisbigliò Fabio prima di addormentarsi.

fonte :-http://www.graficapastorale.it

 

Buon fine settimana a tutti!

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